cinecittà e il benessere interno lordo.

Ho provato diverse volte a scrivere qualcosa su Cinecittà. Sulla possibilità che chiuda, diventando un albergo di lusso. Eh si, perché pare che a Roma ci sia un assoluto bisogno di un albergo di lusso, con un parcheggio di seimila posti auto. Indispensabile.

L’argomento è però complesso, è facile cadere nella retorica degli slogan, è facile fare ancora più confusione. E su Cinecittà, adesso, c’è bisogno di chiarezza non di idee confuse dettate dalla rabbia, per giusta e giustificata che sia.

Per questo motivo ho deciso di fare due chiacchiere con Roberto, un elettricista del cinema con cui ho appena finito di lavorare ad un film. Girato a Cinecittà, tra l’altro. Ho pensato che era sicuramente più interessante il punto di vista di qualcuno che in quel posto ci è cresciuto e che dalla chiusura di quel posto si aspetta un mezzo disastro. Abbiamo fatto una bella intervista, chiacchierando per un paio d’ore mentre io lo registravo. Poi stamattina ho sbobinato l’intervista per mettermi a scrivere. Niente. Non è venuto niente. Non si sente nemmeno una parola. Il tecnologicissimo registratore mi ha tradito. Non ho voglia di togliere altre due ore a Roberto, e poi l’intervista era proprio venuta bene, non succede due volte di fila. Però mi ricordo qualcosa.

Dentro le orecchie mi è rimasta la voce di Roberto che mi domanda se ho notato, l’altra volta durante l’ultimo giorno di riprese del film che abbiamo girato insieme, gli occhi della troupe. Per molti di loro, mi dice, quella è stata l’ultima volta a Cinecittà. Le sue parole mi preoccupano, perché se lo è per loro l’ultima volta, certamente lo è pure per me. Io a Cinecittà ci ho girato per la prima volta per il mio primo film, My name is Tanino. Qualcuno forse ricorderà in quel film Tanino che sviene e sogna di volare sul mare del suo paesino, in Sicilia. Ecco, per girare quella scena sono stato appeso per otto ore come un salame nel teatro 15. Un posto enorme, grande come un circo, e con un gigantesco schermo blu alle mie spalle, mentre penzolavo a dieci metri dal suolo. Ricordo che a pausa pranzo quel giorno, mi persi girando per gli stabilimenti, sui set lasciati dalle grandi produzioni americane. Perso e affascinato come un bambino in un parco giochi. Mi ricordo i disegni di Fellini, diventati ormai dei loghi, con le stampe appese ovunque. E poi la mensa dove si mangia a tavola tutti insieme, e dove ci si conosce e si chiacchiera anche tra mestieri che sul set hanno poche occasioni di scambiare due parole. Come è successo con Roberto, che mentre mangia mi racconta di quando ha cominciato a fare questo lavoro seguendo le orme di suo padre, dicendomi subito dopo che adesso ai suoi figli sconsiglia vivamente di seguire le sue.

Cinecittà, mi dice, è un simbolo del cinema nel mondo. Si pensa prima ad Hollywood, poi a Cinecittà. Gli faccio notare che certo non si può tenere aperto uno spazio simile solo perché è un simbolo, ma lui sembra avere qualcosa da ridire anche su questo. Se togli Cinecittà, che è il simbolo della nostra industria cinematografica, tutto il resto viene giù come un castello di carte, questa è la sensazione. Certo, non è in gran forma, il nostro stabilimento ma non è mica morto. Ci si girano dentro film importanti, Roberto mi racconta dell’ultimo film di Ozpetek, interamente ricostruito lì. Ricostruito, esattamente. Perché Cinecittà conserva dentro di se, la particolarissima e preziosa manualità di chi lavora nelle scenografie, un vero vanto dello stabilimento. Un prodotto dop che andrebbe protetto, come adesso a Roma si fa con i cibi, ad Eataly. Le scenografie di Cinecittà come i formaggi, denominazione di origine protetta. Ultimamente però in Italia va più di moda proteggere il cibo biologico che il lavoro di chi quel cibo dovrebbe riuscire a mangiarlo.

Roberto mi faceva notare così che Cinecittà non è solo i teatri. Non soltanto i viali alberati ormai provati dalle radici che ne deformano l’asfalto, Cinecittà è fatta dalle donne e dagli uomini che ci lavorano dentro e che la animano, gente che, come dice Roberto, si incontra nell’unico ufficio di collocamento dello spettacolo che esiste in Italia, ovvero il bar dello stabilimento. Quanti lavori, si prendono lì incontrando semplicemente i capi squadra. Oppure persone come gli uomini del parco lampade, dove gli elettricisti si confrontano e si scambiano opinioni ed esperienze durante un carico di lampade nuove per illuminare un film, di Ozpetek magari. Quindi un film di grande successo, che ci intrattiene tutti e che anche per questo fa diventare Cinecittà un problema che riguarda tutti.

Cinecittà, è quel posto dove si continua a garantire una sorta di formazione per i giovani elettricisti e macchinisti, che sono mestieri che non si posso insegnare, dice Roberto. Bisogna impararli sul campo, perché per fare il cinema ci devi essere portato. Ecco a cosa potrebbe servire tutto quello spazio; con Roberto ci ritroviamo a fantasticare su come sarebbe bello fare di quello stabilimento un centro di formazione professionale per il settore cinema, d’altronde è così che si fa ripartire un’industria. Formando chi ci lavora dentro. Oppure di come sarebbe bello, visto che l’istinto ospitale dei costruttori di alberghi è così forte, addirittura pensare di fare di Cinecittà una residenza per artisti, registi, attori e produttori, che da tutto il mondo potrebbero venire a Roma per scrivere i loro film, produrli e poi girarli dentro i nostri stabilimenti, con le nostre manovalanze e le nostre competenze, uniche al mondo. Ma Roberto mi ferma; è utopia, in questo paese dice si blocca tutto, qualunque tipo di progetto, ma quando si tratta di edilizia e di cemento, i progetti di solito diventano realtà. Lo dimostra il nostro paese, tutto intero, coperto dal cemento dovunque (forse perchè è il sangue che scorre nelle vene delle organizzazioni criminali?), dalle coste fino ai quartieri popolari delle nostre città. Quartieri come il Quadraro a Roma, dove sorge Cinecittà, che è un quartiere riqualificato proprio dalla sua presenza, chissà se un albergo avrebbe lo stesso impatto sul quartiere. Un albergo di lusso, poi.

Con Roberto abbiamo parlato di tante altre cose, che purtroppo sono andate perse. Quello che resta è l’amaro in bocca. Quello lo si registra senza bisogno di alcuna diavoleria tecnologica. Quello resta. Cinecittà sparirà, per fare posto ad un fallimento garantito, un capriccio che le disastrate finanze di questo paese non dovrebbero consentire. Un capriccio che continua a raccontarci una verità diversa rispetto alla storia attuale del nostro paese, che il lusso dei grandi alberghi non sa nemmeno cosa sia. E che sostituirà con posti di lavoro socialmente “innocui” e sempre più Orwelliani, la formazione di giovani lavoratori dello spettacolo. Per carità tutti i mestieri onesti hanno la stessa identica dignità, ma forse l’acqua dei piatti non rispecchia la luna, per disturbare De Andrè.

Anche perchè continuare ad imparare mestieri dove siamo i più bravi al mondo, forse potrebbe essere utile anche da un punto di vista economico. Perché sono mestieri che non creano solo sogni e storie da raccontare, ma che sono un’industria che può fare denaro, che diventa prodotto interno lordo, basta volerlo. Basta smentire ancora una volta con forza chi dice che con la cultura non si mangia. Perché è proprio il contrario; la cultura può essere industria, e può creare benessere, col quale forse tutti noi un giorno potremmo permetterci una vacanza in un albergo. Magari di lusso.

Agente mi dica che ne pensa.

Quando facevo l’università a Firenze, generava molta curiosità il fatto che io avessi nei riguardi della polizia un punto di vista leggermente diverso da quello comune ai compagni del collettivo e del centro sociale che frequentavo. E quando provavo a spiegare perché, trovavo tra i miei compagni una stupita attenzione. Quando cresci a Palermo negli anni ottanta diventi, volente o nolente, testimone di una realtà diversa da quella del resto del paese. Una realtà quasi di guerra, nella quale i poliziotti sono sempre stati i buoni, gli eroi. Sono cresciuto avendo per idoli, gente come Ninni Cassarà, o Boris Giuliano, oppure Calogero Zucchetto. Poliziotti uccisi quasi sempre poco più che ragazzi, dai quali mi sono sempre sentito rappresentato, difeso, protetto. I giusti. Gli eroi. Io non odio la polizia, perchè ho visto come dovrebbe essere.

Ma dopo le tragedie di Genova, o dopo la morte di Federico Aldrovandi, oppure dopo quella di Stefano Cucchi, o di Giuseppe Uva, solo per fare alcuni esempi di morti assurde che purtroppo aumentano sempre di più, è diventato sempre più difficile, anche nelle mie riflessioni più intime e personali, non generalizzare e cercare di restare lucido.

Tempo fa, mi è capitato di essere fermato mentre guidavo, da una gazzella dei carabinieri. Chi mi ha fermato dopo aver controllato patente e libretto, non si capacitava che io non avessi con me nessun tipo di droga. “Adesso ti porto in questura e ti frugo fino in mezzo ai coglioni”. Hanno cominciato a sudarmi le mani, mi stavo proprio cacando sotto. Ho pensato alla storia di Aldro, di Pino Uva, e ho avuto paura come se chi mi stava fermando non avesse una divisa, ma un passamontagna. Percepivo l’odio, avevo paura, e quel carabiniere per qualche momento l’ho odiato anche io.

Ieri su Twitter è scoppiato un caso riguardo alle parole oscene che uno dei quattro poliziotti condannati in via definitiva per avere ucciso Federico Aldrovandi, ha rivolto alla sua mamma, Patrizia, su Facebook. Lo ha fatto da casa, comodamente seduto davanti al suo computer, perchè anche se condannato, è libero grazie all’indulto. Non voglio riportare qui quelle parole, basta guardare sui siti di informazione se ne avete voglia. Le ho trovate proprio insopportabili, insostenibili, stupide e molto pericolose. Pericolose, perché cariche d’odio. Mi domando il perché di questo odio nei confronti di una ragazzino di 18 anni e della sua mamma che non lo rivedrà mai più. Mi domando come non si capisca che l’odio genera soltanto altro odio. Non sono stato il solo ieri per fortuna a twittare la mia indignazione ed agitarmi per questa storia, anzi.

La reazione di molti, è stata chiedere un’opinione in merito ad alcuni politici presenti sul social network. Benissimo, per carità. Ma le parole sinceramente indignate di Civati, o di Vendola a me servono a poco. Anche quelle del ministro Cancellieri, se posso.

Ho bisogno che qualche poliziotto mi spieghi, e provi a difendere il suo corpo di appartenenza. Ho bisogno di qualche poliziotto che mi dica che fa il suo lavoro perché ci crede, perché in Italia c’è bisogno di gente onesta e sana che ci difenda e ci rappresenti. E ci dia l’esempio. Ho bisogno di sapere dove sta la maggioranza dei poliziotti, ho bisogno che qualche poliziotto mi faccia capire che è sbagliato avere paura ad ogni posto di blocco, ad ogni paletta rossa sventolata davanti. E siccome a Palermo di poliziotti e carabinieri veramente in gamba ne ho conosciuti, e lo so che ci sono, lo chiedo a loro, raccontateci cosa pensate della storia di Aldro, ad esempio, o delle oscenità che un vostro collega ieri ha rivolto a sua madre.

Aiuto! hanno rapito il nostro film!

I più grandi di tutti è un film di Carlo Virzì, racconta le vicende dei Pluto, quattro non più giovanissimi rockers che si ritrovano dopo dieci anni grazie al fanatismo dell’unico fan che abbiano mai avuto. Il film è uscito in sala il 4 aprile 2012. Sì proprio 2012 e lo so, non ve ne siete accorti.

Cinque anni fa per la prima volta, Carlo mi ha raccontato la storia del suo film, aveva un altro titolo, e tra gli attori che aveva in mente ancora io non c’ero. Sono seguiti per lui anni di scrittura, di riscrittura, di attesa e di difesa della sua storia di fronte a eminenze che per un regista al secondo film possono sembrare pantagrueliche, di casting e di prove in sala per registrare i pezzi che i Pluto avrebbero suonato in scena e per noi attori che nel frattempo eravamo stati coinvolti un attesa meravigliosa che ci ha riempito di quello che poi abbiamo dato sul set.

Gli attori di questo film. Lo so non è elegantissimo parlare di se stessi. Però gli attori di questo film che vi piacciano oppure no, costituiscono una rarità; si tratta di persone che se non avessero condiviso il set sarebbero comunque state lo stesso insieme sui divani di casa di uno o dell’altro, i Pluto più o meno. Questa cosa sul set del film è stata palpabile, la complicità che c’era fra di noi, direi l’amore che c’era fra di noi, ha fatto sì che tutto fosse arricchito da qualcosa che né il talento né i nomi da cartellone possono sostituire. Poi il film finalmente lo abbiamo visto montato, al festival di Torino. Mamma mia, è stato bellissimo; in sala c’erano 600 persone, un grande entusiasmo, ci hanno accolto tanto bene da meravigliarci. Quando si sono spente le luci in sala, mi sono voltato e ho guardato uno ad uno i miei amici, ho visto la faccia di Carlo, di Ale, di Claudia, di Marco, di Kappa e quella di Frankie. Non stavamo nella pelle, occhi lucidi e fiato corto, e guardate che non è proprio sempre così a tutte le prime di un film, credetemi. Quando le luci si sono riaccese abbiamo capito che il film non era piaciuto tantissimo soltanto a noi, ma anche alle tantissime persone in sala che sono rimaste dopo la fine per complimentarsi mentre noi ancora travolti non riuscivamo a spiccicare una parola.

Ma ancora quattro mesi di attesa, il film esce a metà marzo. Anzi no, esce il 4 aprile.

L’ultima settimana di Marzo io e gli altri componenti del cast, più Carlo e un pò di amici con i quali lavoriamo abbiamo fatto un meraviglioso tour veramente rock’n’roll, che ci ha portato da Roma a Livorno, da Milano a Palermo e Bologna. Abbiamo portato in giro il nostro film con un sorriso a trentadue denti costantemente stampato sulla faccia; anche il tour è stato fantastico. Il film esce a bomba: CENTOTRENTUNO sale italiane proietteranno i più grandi di tutti.

Ce ne torniamo a Roma e aspettiamo i primi dati dalle sale del fine settimana di Pasqua. Dati che ci dicono che non abbiamo fatto il botto. Il botto? Tra noi se ne ride. E perchè mai il botto? Noi siamo i Pluto mica cazzi. Nessuno qui aveva pensato di fare il botto. Lo sappiamo tutti noi, che questo è un film diesel, un film lento, come la voce del suo protagonista, Loris. Lo sappiamo tutti noi che non è il primo, ma il secondo fine settimana quello che ci deve dare i risultati più ghiotti. Lo sappiamo tutti noi che il film ha bisogno di passaparola. E i fatti ci danno ragione, perchè escono le prime recensioni e trovarne una negativa è obiettivamente difficile. Poi c’è twitter dove tutti noi siamo stati felicemente sommersi da complimenti, che aumentano esponenzialmente ogni giorno che passa. E finalmente siamo arrivati a venerdì. Il giorno in cui comincia il nostro weekend, il secondo, quello dove chi ha letto le recensioni, chi ha sentito il passaparola, chi fortunatissimo ha visto un trailer (su youtube perchè in televisione non se ne sono visti mai), si fionda in sala con i suoi amici. Insomma il weekend della resa dei conti.

Piccolo particolare: venerdì, il venerdì del nostro secondo weekend, in Italia “I più grandi di tutti” era visibile solo in NOVE cinema di tre regioni: Toscana, Puglia e Piemonte. Cioè il film si è potuto vedere in tutta Italia solamente per quattro o cinque giorni, poi chi lo ha distribuito ha deciso di toglierlo dalle sale; il film non ha fatto “il botto” al primo weekend quindi è un fallimento.

Io certo non sono esperto di marketing e di strategie aziendali, ma non riesco a vedere quale possa essere una sana strategia quella di investire dei soldi (comunque non robetta) in un piccolo film italiano e poi decidere di darlo al macero. Se non si trattasse di una piccola commedia sul rock’n’roll si potrebbe pensare che c’è qualcosa dietro, una motivazione nascosta. Ma poi mi rendo subito conto che la parola Pluto messa accanto alla parola sabotaggio fa proprio ridere.

Fa meno ridere pensare che a menti come queste sono affidati non solo i sogni e le speranze di un sacco di lavoratori dello spettacolo, una marea di talenti in una marea di settori del cinema, ma anche le sorti di quello che poi noi tutti come spettatori ci sorbiamo al cinema senza la possibilità di scegliere. Perchè non c’è possibilita di scegliere se il film che vuoi tanto andare a vedere non sopravvive più di 4 giorni. Insomma se oggi al cinema volevate vedere i Pluto e invece vi beccate Nicolas Cage con la faccia infuocata almeno sapete con chi prendervela.

E adesso, vi lascio. Comincia Ghost Rider in sala 4.

Ma chi è Stato?

Chiama dai, per favore, che ti costa? Finisco i compiti e ti chiamo, così ha detto. E ho capito ma quando li finisci ‘sti cazzo di compiti? Avevi detto alle sei e mezza, sono le sette e un quarto. Giuseppe mi aveva avvisato che era una stronza. Giuseppe ha sempre ragione. C’ha ragione anche stavolta. Sono io che invece non ci ho capito una minchia. Io le ragazze non le capisco. Dicono sempre che siamo noi maschi a guardare l’esterno, l’aspetto fisico, che ce ne freghiamo di come sono fatte dentro, ma secondo me anche loro ragionano così. Guarda caso Silvia in tre anni, a Giambrone non lo ha guardato mai, ma mai. E chissà magari Giambrone, oltre ai brufoli, quella specie di baffetti sudati, e quel vago sentore di caciocavallo che emana, dentro è pieno di cose belle, c’ha un sacco di cose da dire magari Giambrone, per esempio una volta, ma per sbaglio! gli ho spiato nel diario e ci ho trovato scritto: “nel Novecento l’amore è un telefono che non squilla”, che secondo me è una gran bella frase, attuale, soprattutto. Dubito che sia proprio sua quella frase, di Giambrone intendo, perché è troppo bella, secondo me l’ha trovata sulla Smemoranda di suo fratello, e l’ha ricopiata para para. E comunque anche il fatto di averla ricopiata significa che proprio coglione non è, Giambrone. Eppure Silvia non l’ha mai guardato, per lei Giambrone è invisibile. No, io no. Io per lei non sono invisibile. Ma solo perché sono il miglior amico di Giuseppe, diciamoci la verità! Secondo me tra l’altro Giuseppe le piace ancora. Lui mi ha detto che si sono solo baciati con la lingua un po’ di volte, io non lo so se crederci. Forse lo dice solo per non farmi soffrire. Quello che è sicuro è che io non le interesso. E poi, anche se non lo ammetterebbe mai il fatto che non porto le Timberland, ma le Lumberjack, un po’ le dà fastidio. Purtroppo a scuola mia funziona così, se non sei vestito in un certo modo fatichi cento volte di più. Per esempio, le calze. Devono essere Burlington, se sono a rombi e non hanno la scritta stampata sul tallone vanno bene lo stesso anche se negli spogliatoi della scuola poi si vede che non sono originali, ma almeno sai vivere. Quello che non deve succedere mai e poi mai, per nessuna occasione al mondo, è avere un tubolare bianco con le Timberland. Uno sbaglio del genere ti può costare carissimo, solo una cosa è più grave delle calze bianche con le scarpe marroni, ed è indossare la tuta da ginnastica e una camicia invece di una t-shirt. A quel punto, non solo non sai vivere, ma non sei nemmeno degno di respirare l’aria che respirano gli altri. Per i jeans c’è più scelta: puoi avere i PoP84, che sono di serie b, quasi di serie c, ma sono comunque considerati Paninari anche se non alla stregua dei jeans El Charro, o dei mitici Uniform, stupendi, chiari, con quella U di Uniform stampata sul culo e spugnosetta. Jeans da 200.000 lire; mia madre, manco se vince la lotteria Italia, me li compra. Che è strana quella. Prima mi veste come uno di rifondazione comunista e poi mi manda a scuola dai gesuiti.  Anche per le felpe vale lo stesso ragionamento: sei tochissimo se hai la felpa della Best Company con i cerbiatti stampati in rilievo, ma se hai la felpa By American, si vede che non è colpa tua ma di tua madre e che tu almeno ce la metti tutta a imparare a vivere, perché la felpa By American è tollerata, con fatica, ma è tollerata. A volte penso che tutto questo sia molto triste e desolante, però in effetti finisco che mi ci adeguo anch’io. A volte mi chiedo se sotto sotto ho paura di finire come Giambrone, e quindi che mi adeguo per quello, per non essere escluso. Ma tanto escluso in un certo senso lo sono già, quindi tanto varrebbe esserlo di più. Magari senza arrivare ai livelli di Giambrone, o di Alessandro, però come Alessandro non posso diventare perché non sono frocio, almeno su quello sono sicuro, perché non sculetto quando cammino, e lui invece sì. Giambrone uguale, come lui non posso diventare perché per fortuna non c’ho il sopracciglio unito e le macchie sotto le ascelle, due cose che l’hanno fottuto in partenza. Sembrano cazzate, ma queste cose contano nella vita. Il problema però è che c’ho altri problemi, tipo che mi sono cresciuti i peli là sotto l’anno scorso, che avevo quasi tredici anni, e per questo in palestra mi cambiavo sempre per ultimo, perché tutti gli altri c’avevano già la foresta amazzonica. Io per un sacco di cose, tipo questa dei peli, provo vergogna, m’imbarazzo manco fossi una femmina. Anche mio padre l’ha notato, l’altro giorno mi ha fatto un discorso strano, dicendo che ormai non sono più un bambino, a quattordici anni si diventa uomini, e si perde l’innocenza. Allora gli ho chiesto quando l’aveva persa lui l’innocenza, e mi ha risposto “un giorno te lo racconto”, e poi ha guardato mamma in un modo strano. Che cosa voleva dire mio padre con quel “un giorno te lo racconto?”. Ecco, gli adulti sono come le ragazze, non li capisco mica. Pure i miei, a volte non li capisco. Sono snob con le persone che conoscono tipo il padre di Giuseppe, e si entusiasmano per chi hanno visto una volta sola. Giovanni Falcone, per esempio, un magistrato che quando mamma ne parla con papà a tavola abbassa sempre la voce, e discutono fitto tra loro. Ancora adesso sono fieri che l’anno scorso è venuto al mio compleanno. In effetti, è vero me lo ricordo, mi ha solo fatto gli auguri e poi se n’è andato, sarà stato cinque minuti in tutto, ma sembrava gentile. Qualche anno fa abitavamo pure vicini, mi ricordo sempre ‘ste sirene delle volanti quando tornava a casa, o anche quando usciva la mattina. Ma alla fine anche lui è un adulto, e forse se lo conoscessi meglio, non ci capirei molto anche di lui. Il padre di Giuseppe è l’unico adulto che capisco. Perché quando parli ti ascolta e ti dà anche dei consigli, e poi è ricco, ed è generoso, e non si vergogna di farlo vedere, e quando al Circolo saluta i miei, non capisco perché i miei ricambiano il saluto ma poi fanno dei commenti su di lui sempre a bassa voce, e non me li vogliono dire. Con me il padre di Giuseppe è sempre gentile, solo una volta mi ha fatto una sensazione strana, ma non ce l’aveva con me. E’ stato due mesi fa, Giuseppe mi aveva invitato a pranzo fuori a Mondello, il cameriere aveva fatto qualcosa di sbagliato, non mi ricordo nemmeno cosa, e il padre di Giuseppe che era seduto proprio di fronte a me, gli ha detto piano “io ti faccio ammazzare”. Secondo me era una cosa detta per ridere, è chiaro che il padre di Giuseppe ha fatto per scherzare, ma la faccia del cameriere mi ha spaventato, quello non rideva per niente, gli tremavano pure le mani, finché il padre di Giuseppe gli ha dato uno schiaffetto sulla guancia sudata e gli ha detto: và, và.

Oh, questa non chiama più. Sono le sette e mezza, ormai non chiama più. Devo pensare a cosa farebbe Giuseppe in questo momento, cosa farebbe al posto mio. Io lo so cosa farebbe. Prenderebbe la Vespa, e andrebbe da lei. E salirebbe le scale come fa lui, quattro scalini per volta, e davanti alla porta suona e suona, finché lei non apre, cazzo quanto è bella, e se gli chiede che cosa ci fa lì a quell’ora, Giuseppe non le fa neanche finire la frase, peim! un bacio sulle labbra a stampo, e poi con la lingua… Giuseppe farebbe così. Io non ho mai dato un bacio con la lingua. Ho quattordici anni e non ho mai dato un bacio con la lingua. Ho deciso, fanculo, ci vado. Non ci resisto ad aspettare qui. Cosa le dico? Cosa le posso dire? Le dico che mi sono innamorato di lei, glielo devo dire, o adesso o mai più, tra poco comincia l’estate e lei se ne andrà a Londra e lì sicuro conosce qualcuno, ma cosa sono tutte ‘ste ambulanze che passano? Ohi fammi passare, ma che cazzo è tutto ‘sto casino, proprio oggi a Palermo devono uscire tutti in strada, Silvia amore mio sto arrivando, scappiamo io e te, lasciamo perdere tutto, la scuola, i miei, i tuoi, Giambrone, Alessandro che sculetta e pure Giuseppe e pure suo padre, lasciamo perdere Palermo tutta quanta, quanto è bella Palermo nelle sere come questa, quando sta per fare buio ma ancora non è buio veramente, partiamo e non torniamo più, se mi dici di sì, io lo faccio anche subito, anche domani, anche stasera, ma cos’è tutto ‘sto casino, vi volete muovere, un’altra ambulanza, perché quella signora sta piangendo, è la terza persona che vedo piangere da quando sono uscito di casa, non è normale, e cos’è questo odore, sembra puzza di bruciato, oh senti, scusami, ma è successo qualcosa? … cosa? L’hanno ammazzato chi? … scusami, non ho capito. È scoppiata una bomba? Ma dove? No aspetta, non ho sentito chi hanno ammazzato… Non ci capisco più niente, io seguo l’ambulanza, cazzo quanto corre, ma io le sto dietro, davvero è scoppiata una bomba? Per quello c’è questo odore, deve essere successo qualcosa di grave veramente, sono tutti affacciati alle finestre, le persone scendono in strada, io seguo l’ambulanza, voglio capire, Silvia arrivo subito, amore mio vado a vedere e poi corro da te, scusi cos’è successo, è vero che è scoppiata una bomba?… A chi hanno ammazzato?!? A Falcone?!? Il giudice Giovanni Falcone? Ma chi è stato?

(Continua…)

Il paese delle mezze parole

Nel paese delle mezze parole, dei mezzi significati, delle mezze verità ci si approfitta di tutto pur di non parlare delle cose vere. Negli anni in cui Falcone e Borsellino  iniziarono a indagare sugli evidenti intrecci tra mafia e politica, firmando tra l’altro la propria condanna a morte, si trovarono a non avere strumenti per arginare lo strapotere mafioso nella zona in cui il potere stesso era più forte, dilagante e pericoloso. Quella che in altre parti d’Europa e per tragedie diverse da quella della mafia siciliana è stata definita, da Hannah Arendt, la zona grigia. Ovvero la parte di società che non è parte di alcuna organizzazione mafiosa ma vi si amalgama, che non solo non non vi si oppone, ma anzi olia con il suo silente beneplacito, i meccanismi di cosa nostra permettendole di arrivare ad infiltrarsi indisturbata in tutte le arterie della società cosiddetta civile.

Non riuscivano, i due giudici, a intervenire dove non era il mafioso in senso stretto a “colpire” ma chi sfruttava la presenza del mafioso per avvantaggiarsi nella propria attività di imprenditore, politico, commerciante, e via di seguito. Per questo motivo Falcone e Borsellino, due persone che certe cose le avevano capite bene e tanto in anticipo da farsi ammazzare, “inventarono” il reato di concorso esterno in associazione mafiosa.

Senza quella che oggi è grazie a loro una legge dello stato non si sarebbero potuti fare processi eccellenti, processi grazie ai quali oggi se non altro sappiamo un pò di più e un pò meglio come ha funzionato il nostro paese fino a l’altro ieri e ci possiamo fare un’idea di come funzioni ancora oggi. E avrei voglia di citarne alcuni tanto per non generalizzare. Non si sarebbe potuto aprire ad esempio il processo ancora in corso a Salvatore Cuffaro, ex-presidente della Regione Sicilia oggi in carcere per un altro reato, cugino del primo, cioè favoreggiamento (aggravato) a cosa nostra. E’ grazie a questi processi che si sono stabilite delle verità oggettive, e che si conosce la vera storia dell’uomo a cui i siciliani hanno dato una valanga di voti per due volte di seguito, la seconda tra l’altro a processo già iniziato. Senza questa legge non si sarebbe potuto fare il processo a Giulio Andreotti, senatore a vita, 7 volte presidente del consiglio, e in rapporti con cosa nostra fino al 1980 come dice la sentenza di quel processo, reato per il  quale Andreotti, è giusto ricordarlo, non è stato assolto, ma prescritto. Insomma non una legge da poco. Una legge grazie alla quale oggi si indaga anche sul presidente del senato Schifani, visto che pure lui fino al 1980 era socio in affari di una serie di galantuomini finiti in galera proprio perchè mafiosi.

Oggi in piazza, nel paese delle mezze parole e delle mezze verità si festeggia e si strombazza a vanvera sull’innocenza di Dell’Utri, anche lui sotto processo per concorso esterno in associazione mafiosa con accuse pesantissime e intercettazioni più che imbarazzanti, per il quale la Cassazione non ha annullato il processo, ma ne ha chiesto uno nuovo con le parole di Francesco Iacoviello, il procuratore generale, che leggendo la sua sentenza l’ha condita con opinioni personali, sostenendo che il reato di concorso esterno in associazione mafiosa è un reato a cui non crede più nessuno. Ho iniziato col chiedermi, nessuno chi? Una cerchia eletta di pensatori? Una famiglia sul divano dopocena? Un circolo caccia e pesca? Dove, Iacoviello, ha fatto questa ricerca scoprendo questo sorprendente risultato? Dopodichè ho cercato di capire. Mi sono chiesto come mai proprio Iacoviello allievo di Carnevale sia stato il pg di questo processo in cassazione. Perchè non si può non notare il ritardo con il quale è iniziato il processo. Ritardo che ha consentito che fosse proprio Iacoviello ad occuparsene, ma questa è malizia, a pensar male si fa peccato…

Però un’idea me la sono fatta.  Se il tuo maestro è stato il giudice Carnevale, il giudice ammazza sentenze quello che di Falcone dice cose come “quel cretino” o “faccia da cavallo” oppure peggio “io morti li rispetto ma certi morti no”, allora è probabile che la sentenza di condanna emessa da Antonio Ingroia, allievo proprio di Falcone e Borsellino sia stata sgradita. Problema di giurisprudenza? Di scuole di pensiero differenti nella magistratura? Forse sì, ma nel paese delle mezze parole e dei mezzi significati si dovrebbe scegliere bene da che parte stare, si dovrebbero scegliere per bene i propri maestri altrimenti si corre il rischio di diffondere mezze verità, tragicamente meno tristi delle verità intere.